Le interviste dei Serpenti: Emanuele Berardi

Pubblicato il da luna di lenni

 

 

Intervista a cura di Emanuela D'Alessio link

 

Lei vive in Belgio, fa il biologo, ha pubblicato il suo primo romanzo a Roma con la piccola casa editrice Round Robin. Ci racconta brevemente la sua storia, come è arrivato alla scrittura e perché?
Terminato il dottorato di ricerca a Roma mi sono trovato davanti a un bivio: tornare a servire le pizze ai tavoli, come avevo già fatto da studente, o emigrare. Oggi lavoro come ricercatore al Gasthuisberg, un ospedale dal nome difficile, a pochi chilometri da Bruxelles. Un centro di ricerca all’avanguardia in Europa sia negli studi sulle cellule staminali sia in campo oncologico. Il Belgio, come molti altri paesi in Europa e nel resto del mondo, ha deciso di andare avanti, di evolvere, di crescere investendo nella ricerca. E la ricerca, come facilmente intuibile, è un generatore di sapere, di cultura, di benessere economico. L’Italia, specie quella più recente, ha sempre voltato la testa dall’altra parte e ora sono rimasti soltanto Piero Angela e pochi altri divulgatori scientifici a farsi portavoce, in fasce orarie pressoché deserte, di questo messaggio. Proprio qualche giorno fa ho ricevuto un importante finanziamento dal governo fiammingo che ha premiato i miei studi e quelli di tanti altri ricercatori sia belgi sia stranieri. Un risultato insperato per qualsiasi altro giovane ricercatore rimasto in Italia, visto che i pochi fondi destinati alla ricerca vengono sistematicamente divisi tra i soliti vecchi baroni. Peccato. Laggiù sono rimasti a invecchiare il mio cane, la moto, il vicino fascista. Credo che il mio approdo alla scrittura abbia avuto a che fare con tutto questo. Credo che a pilotare certi eventi siano state una serie di scelte (sofferte) dettate da un’innata esigenza di proseguire dritto per la mia strada. Avevo in testa questa storia e volevo raccontarla. Scriverla e metterci dentro il resto, arricchire i contenuti con sensazioni provenienti anche da osservazioni scientifiche.

Come è avvenuto l’incontro con la Round Robin?
Sono sempre stato contrario all’editoria a pagamento. Un fenomeno inquietante, vanitoso, senza filtri e pertanto dannoso. Ho inviato il manoscritto a una quarantina di case editrici. Studiavo i cataloghi, le linee editoriali e spedivo il lavoro. Cercavo un editore interessato a valutare criticamente il mio lavoro. Alla fine si è fatta sotto la Round Robin Editrice. Con loro è nata subito una speciale sintonia, editori giovani, motivati, pieni di idee, estremamente reattivi pure in un mercato saturo e difficile come quello dell’editoria indipendente. Una casa editrice interessante anche sul piano della saggistica, con gli occhi sempre ben aperti sulla storia, le “storie” da raccontare e un catalogo ricco di intuizioni brillanti come la collana “Libeccio”, dedicata agli eroi dell’antimafia raccontati in formato fumetto.

Il suo romanzo è denso di personaggi e avvenimenti dalla forte valenza simbolica. Attraverso l’esperienza di Lenni e dei suoi amici, entriamo nel microcosmo urbano di una generazione che ha percorso gli anni Novanta tra lotta militante di piazza, angosce e frustrazioni, minacce nucleari e virate ambientalistiche. Si colgono i segni  di una deriva esistenziale, cui nessuno sembra trovare rimedio, nonostante l’affanno quotidiano, lo sfogo nella violenza, la vana ricerca di punti fermi. È questa una possibile chiave di lettura o ce ne sono altre?
È un racconto in cassetta, in formato VHS. Una storia fortemente legata ai luoghi dai quali trae origine. Sono nato e vissuto per molti anni a Centocelle, un quartiere periferico di Roma. Da ragazzino era una zona popolare, colorata, rumorosa, caotica, a tratti degradata (non fosse altro che per le aiuole neglette e l’erba alta). Ora le cose stanno cambiando, negli ultimi anni c’è stato un irreversibile processo di ammodernamento. Negli appartamenti sono entrati il parquet, i doppi vetri, l’aria condizionata e i faretti incastonati dentro soffitti complicatissimi. È stato “riqualificato”. Non è più un quartiere dormitorio, agli operai stanno subentrando gli imprenditori e le case, specie quelle lungo le vie centrali, si chiamano “loft”. Il microcosmo urbano fatto della generazione che ha squarciato gli anni Novanta che racconto nel libro è passato tutto sotto le finestre della casa in affitto a Centocelle, la casa della mia infanzia e della mia adolescenza. La sera, prima di cena, Rai Tre trasmetteva Blob con i suoi montaggi strepitosi. Io facevo lo stesso. Registravo frammenti casuali di pubblicità, pezzi di film, concerti di MTV, il volo di un airone, la nube radioattiva di Chernobyl, botte e pistolettate. Rivedevo quelle scene a velocità diverse e ritrovavo lo stesso flusso narrativo che scorreva fuori le finestre di casa. Oggi quei filmati sono incredibilmente attuali, un ragazzino potrebbe montarli utilizzando un supporto differente, ma la storia, fatta di scontri, di militanza, di rabbia e insoddisfazione (quasi tutta giovanile) mantiene la stessa chiave di lettura anche dopo le recenti condanne per i fatti di Genova, tanto per dirne una. E le angosce e frustrazioni appartengono sempre a chi cerca di ritagliarsi uno spazio vitale per venire al mondo. Un ciclo di lotte destinato a ripetersi in tutti quei sistemi sociali dove i padroni alimentano false speranze, per dirla alla maniera del grande maestro Mario Monicelli.

Ci spiega meglio il significato di questo “superorganismo malato” incombente, la personale elaborazione di Lenni dell’ipotesi Gaia?
L’eccessiva antropizzazione di certe aree del mondo sta lasciando ferite indelebili nell’ambiente. In alcuni luoghi gli ecosistemi sono ormai talmente compromessi che l’uomo ha dovuto battere in ritirata. L’ipotesi Gaia, formulata dallo scienziato inglese James Lovelock nel 1979, secondo la quale l’intera terra può essere equiparata a un unico essere vivente, diviene pensiero fisso e motivo di riflessioni a “cielo aperto” per Lenni e Barbò, i due amici col chiodo fisso per l’ecologia. Per Lenni la cementificazione rappresenta la crescita di un cancro che sta lentamente sfigurando l’intero pianeta. Un male che fa virare i colori naturali del mondo (verde e azzurro) in un grigio cupo capace di spegnere tutto, emozioni comprese. È questa in sostanza la rielaborazione moderna dell’ipotesi Gaia nella sua mente.

Il viaggio del protagonista nelle campagne bolognesi sembra vagheggiare il ritorno alla natura come unica via di salvezza. Ma poi Lenni torna a casa, perché?
Lontano dal buco nero di Chernobyl, dal calcestruzzo, dai tubi di scappamento delle auto di ultima generazione Lenni approda su un’isola felice. La campagna bolognese, tanto distante dagli appunti e dalle esercitazioni di guerriglia urbana praticate nella sua Roma, sembra un mondo nuovo, tutto da esplorare. Un luogo tuttavia minacciato, dove elettrodotti e monconi di cemento armato già sfidano l’orizzonte. Ciò nonostante Lenni tornerà indietro. Lo farà perché a Roma ha lasciato qualcosa d’incompiuto. E poi vuole raccontare al resto del mucchio quello che ha visto con i suoi occhi e dire che laggiù, in fin dei conti, uno stereo non è poi un oggetto così indispensabile.

Il romanzo ha una “colonna sonora” dominante, la musica punk degli anni Ottanta. È solo un commento sonoro al contesto o un’altra chiave di lettura della storia?
Il punk, quello vero, è storicamente un pretesto senza pretese. La musica è grezza, autoironica, autentica, da strada. I personaggi del mio romanzo hanno in testa questo. Loro sono così perché hanno deciso di passare dalle melodie di quei brani ai fatti e perché io non mi stancherò mai di ascoltare gruppi come Sex Pistols, Ramones, Clash, Misfits, Bad Religion, Crass e la voce del primo Giovanni Lindo Ferretti.  

Molti i richiami letterari nel suo romanzo, Svevo, Pirandello, Il tamburo di latta di Grass, per citarne solo alcuni. Fanno parte della sua formazione di lettore, prima che di scrittore? Ce ne sono altri?
In mezzo alla cricca di amici ce n’è uno che si chiama Mahatma. Mahatma non riesce proprio a sgomitare nei cortei o a trovarsi faccia a faccia con i poliziotti in assetto anti sommossa. E non partono sicuramente da lui certe idee. Se ne va invece tutto il giorno in giro con i libri sottobraccio. Mahatma legge Svevo, Silone, Calvino, Pirandello, Günter Grass, Hesse, gli stessi che amo io. Gli altri ragazzi invece preferiscono leggere Marco Philopat, storie di ribellione giovanile in una Milano anni Settanta borchiata e con la cresta in Costretti a sanguinare, o gli anni di orgogliosa militanza antifascista raccontati nel bellissimo La banda Bellini. Letture che ho suggerito io stesso ai ragazzi e che Mahatma, c’è da scommetterci, sicuramente nemmeno conosce.

La luna cui Lenni rivolge ogni sera il suo sguardo e i suoi pensieri ci fa venire in mente quella di Leopardi. A torto o a ragione?
La Luna, come anche Cipo, il cane mezzo randagio che segue i ragazzi ovunque, sono gli unici personaggi della storia che non hanno bisogno di leggere, guardare film o ascoltare musica semplicemente perché sanno e hanno capito già tutto. Per Leopardi bisognerebbe invece chiedere a Mahatma, io non credo di esserne all’altezza.

Luna di Lenni è una parentesi o l’incipit di una carriera di scrittore?
Pensavo fosse stata soltanto una parentesi, un pretesto per raccontare il periodo di militanza durante gli anni dell’università, le tute bianche, i no global fino al fermo e alle botte da parte dei poliziotti nel post G8 di Genova. Poi però quando il lavoro è diventato una faccenda più seria e impegnativa, paradossalmente mi ha offerto anche nuovi spunti per la scrittura. Lo scorso anno con il racconto Chiara era tornata bambina ho contribuito alla realizzazione di un’antologia di vari autori del mondo dell’arte tra cui Enrico Ruggeri, Kaspar Capparoni, Andrea Mirò, Beppe Carletti (leader dei Nomadi), Mariella Nava, finalizzata a una raccolta fondi per finanziare la ricerca sulle malattie renali intitolata “Dottore vorrei un rene nuovo”. Attualmente sto lavorando ad altri progetti in cui cerco di unire scienza e narrativa.

Che cosa fa quando non studia, ricerca o scrive?
Quando non sono in laboratorio me ne vado in giro con una bicicletta vecchia di almeno quarant’anni, nera e tanto bella che nemmeno li dimostra. L’unico problema è il cambio difettoso rimasto bloccato sulla marcia per la salita. Ottima nelle false pendenze ma un po’ scomoda in pianura per via dei pedali che fanno qualche giro a vuoto.

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