Libro. "Sia folgorante la fine". Il caso giudiziario di Valerio Verbano

Pubblicato il da luna di lenni

Per Dazebao News ho recensito il libro-denuncia-ricordo di Carla Verbano:

 

ROMA - Questo fine settimana ho conosciuto una signora romana di ottantasei anni. Mi ha raccontato una Roma spietata di tanto tempo fa. Sperava, racconta la signora Carla, che suo figlio quel giorno avesse avuto un incidente. Se lo figurava così; un tamponamento, un capitombolo, un paio di costole rotte, la vespa da buttare via.

Immaginava una corsa in ospedale con le sirene dell’autoambulanza indaffarate a fare più chiasso possibile purché, per l’amor del cielo, lontano da casa. All’epoca si moriva per il colore del cappotto, per l’auto parcheggiata nel posto sbagliato, passando nel momento sbagliato davanti un portone sbagliato. Per strada bene che andava si rischiavano le botte, tante. I “filtri” li organizzavano i fascisti; un eskimo, un quotidiano di partito ripiegato in tasca, una borsa di cuoio a tracolla e ti ritrovavi circondato dai fasci scesi da quelle maledette Honda 400. Come minimo erano calci e pugni a non finire. Gli altri, i militanti di sinistra, indipendentemente dalla sigla di appartenenza mettevano su le cosiddette “spazzolate”. Più o meno con le stesse modalità. Spazzolata e filtro.


«Facciamo una passeggiata», dice Carla, «vivo a Monte Sacro da quando Valerio aveva sette anni, la casa ce l’ha data il ministero». Negli anni del terrore romano il sangue scorre a fiumi tra le strade del quadrilatero formato dai quartieri Trieste, Salario, Nomentano e Monte Sacro. I fasci sono neri, i compagni rossi. E rosso è il sangue di tutti, come quello di chi con quella stramaledetta guerra non c’entrava nulla o non avrebbe proprio voluto prenderla come incarico. Marzo 1980. Luigi Allegretti, cuoco, ha parcheggiato la sua Alfa rossa troppo lontano, lo scambiano per un altro. Muore sotto due colpi di pistola. Bruno Giudici è un impiegato, una persona qualsiasi. Una sera è in pizzeria con suo figlio, tesserato con l’MSI. Un gruppo di autonomi irrompe nel locale per aggredirlo. Suo padre muore d’infarto. Serpico è un poliziotto bravissimo in grado di acciuffare qualsiasi delinquente. Morirà crivellato dai colpi sparati per mano fascista. Stessa sorte per Francesco Straullo, capitano della DIGOS, dilaniato da due mitragliette M12 e due fucili di precisione. L’eversione nera nell’Italia cupa di quegli anni si chiama Mambro, Fioravanti, Vale, Sordi, Soderini, Alibrandi e Cavallini. Il 10 gennaio 1979 Stefano Cecchetti ha diciannove anni, non ha mai fatto politica in vita sua, entra in un bar pieno di fascisti per mostrare a un suo amico il piumino appena comprato. Morirà trafitto dalle pallottole sparate da un’auto in corsa.


«Bisogna fare attenzione alle date», ripete più volte, «Valerio muore il 22 febbraio del 1980, Mario Amato, sostituto procuratore della Repubblica, viene assassinato dai NAR il 23 giugno dello stesso anno». E Mario Amato a Roma è il nemico dell’eversione nera, a lui passano di mano i fascicoli dei camerati attivi nella lotta armata. È lui, nel 1980 ad indagare sul caso Verbano. Un servitore dello stato devoto, un instancabile lavoratore che finirà ammazzato poche settimane prima della strage di Bologna. Restano due immagini emblematiche di quel tragico evento: il corpo di un giudice a terra alla fermata dell’autobus con le suole delle scarpe logore e un brindisi ad ostriche e champagne dei fascisti davanti al volantino di rivendicazione. Una trentina di anni di tira e molla lungo il sottile filo della speranza che mamma Carla vivrà interamente sulla sua pelle. Il racconto della signora Carla tira dritto senza mai fermarsi. I protagonisti delle storie entrano, fanno quello che devono fare ed escono col soffio di un ricordo.  


Carla Verbano e suo marito Sardo sono stesi sul letto della loro camera legati e imbavagliati col nastro adesivo. Valerio non cadrà con la vespa, il suo viaggio sarà tranquillo, tornerà a casa alla solita ora convinto di trovare sua madre indaffarata per il pranzo. Valerio è un ragazzo che annaspa in acque mosse. Un vortice che durante quella spietata guerra ingoierà tantissima gente. Un far west. Tutti contro tutti, un poligono a cielo aperto. Un buco nero nella giustizia italiana che ne ha dimenticati molti, puniti pochi e “salvati” moltissimi. Oggi Carla lotta con le ombre di quei ricordi. Cerca gli impuniti, gli assassini di suo figlio. “Sia folgorante la fine” è una finestra aperta, una fotografia, una raccolta di storie, fatti e facce di chi quella vita l’ha vissuta davvero. In queste ore il caso Verbano torna alla ribalta per la scoperta di tracce organiche trovate su un paio di occhiali lasciati dal commando sulla scena del delitto. Il sudore di chi, trentuno anni fa premette quel grilletto, oggi è potenzialmente in grado di stabilire il profilo genetico dell’assassino. La tecnica d’indagine scientifica è ormai ben collaudata e largamente utilizzata in campo scientifico. Si chiama reazione a catena della polimerasi, una metodica in grado di riconoscere, partendo dal DNA genomico di poche cellule, particolari sequenze nucleotidiche ripetute in maniera specifica lungo il DNA di ciascun individuo. Cellule probabilmente cutanee rimaste attaccate sulla montatura degli occhiali indossati dall’omicida sulla scena del delitto.   


«Aspetto che tornino gli assassini di mio figlio», scrive Carla, «magari anche solo uno dei tre. Dovrebbero ricordare bene dove abito». Tra piombo ancora caldo, silenziatori, pistole con matrici abrase, volantini di rivendicazione e carte processuali il sogno ricorrente di Carla è un Valerio bambino fatto della stessa acqua limpida di un’innocua fontana.
«All’assassino di mio figlio preparerei il caffè. Poi gli chiederei perché…»

 

Emanuele Berardi link

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